ELIZABETH SHORT: IL CASO “BLACK DAHLIA” | Cena con delitto

ELIZABETH SHORT: IL CASO “BLACK DAHLIA”

ELIZABETH SHORT: IL CASO “BLACK DAHLIA”

“Black Dahlia” è il nome che prese un caso di omicidio irrisolto nella Hollywood  degli anni ’50. Dalia Nera era il soprannome di Elizabeth Ann Short, la vittima di questo brutale assassinio; la dalia a indicare la sua bellezza, nera come il colore con cui era solita vestire. Era arrivata a Los Angeles per diventare una stella del cinema e diventare famosa. C’è riuscita ma purtroppo per lei, nel peggiore dei modi.

ELIZABETH SHORT: LA VITTIMA

Elizabeth Ann Short nasce il 29 luglio 1924 in Massachussets e ben presto si ritrovò a vivere solo con la madre e le tre sorelle, dopo che il padre le aveva lasciate per andare a vivere in California. Abbandona presto gli studi, svolge diversi lavoretti, fa la cameriera ma capisce che la sua ambizione è un’altra: diventare una stella di Hollywood. Decide di trasferirsi in California dal padre, ma il loro è un rapporto complicato. Nel ’43 viene arrestata dopo essere stata fermata ubriaca, e rispedita in Massachussets dalla madre. Questo però non ferma Beth, che si trasferisce tempo dopo in Florida dove incontrerà finalmente l’amore: il maggiore Matthew M. Gordon Jr dell’Aereonautica statunitense. Purtroppo però, i giovani amanti hanno poco tempo per stare insieme a causa del lavoro di Matthew che viene trasferito in India. Da qui Elizabeth riceverà una lettera in cui il maggiore le chiede di sposarla. Lei accetterà ma il matrimonio non verrà mai celebrato perché lui morirà in un incidente aereo il 10 agosto del 1945.

Dopo circa un anno decide di abbandonare la Florida e tornare a Los Angeles per tentare la carriera da attrice. Qui rincontra una sua vecchia fiamma, il tenente Gordon Fickling di istanza a Long Beach ed è proprio in questo periodo che le viene affibbiato il soprannome di Black Dahlia. La vita professionale però non va altrettanto bene, Beth si ritrova a lavorare come attrice per film pornografici, all’epoca ritenuti illegali.

L’ultima volta che viene vista viva è la sera del 9 gennaio 1947 al Baltimore Hotel di Los Angeles, in compagnia di un uomo. Il corpo di Elizabeth verrà ritrovato sei giorni dopo, il 15 gennaio. Betty Bersinger, una casalinga di Los Angeles sta camminando con la figlia di tre anni, nella periferia sud della città, tra Coliseum Street e la West 39th Street, ad un tratto vede qualcosa tra l’erba in un campo non edificato. Inizialmente pensa sia la parte superiore di un manichino abbandonato, ma quando si avvicina, capisce che è la parte superiore di una donna. Cercando di non farsi prendere dal panico per proteggere la figlia da un tremendo shock, entra nella prima casa vicina e chiama la polizia.

Quello che gli agenti trovano al loro arrivo è il corpo nudo di Elizabeth Short, tagliato a metà, con le braccia sollevate verso l’alto e le gambe aperte. È piena di ferite e in particolare ce n’è una che va da un orecchio all’altro che le deforma le labbra in un finto sorriso, il Glasgow smile. Sui polsi e le caviglie ci sono segni di legatura che fanno ipotizzare che la ragazza sia stata uccisa da un’altra parte e poi portata lì. Nel frattempo sulla scena sono accorsi giornalisti e fotografi che inquinano la scena del delitto, prima che la polizia possa isolare la zona.

Prima ancora che sia rivelata l’identità della ragazza, viene iniziata l’autopsia. La causa della morte sono le numerose ferite alla testa. Ma quello che lascia sgomenti non è solo il preciso e netto taglio alla vita che l’ha divisa in due, ma che la donna sia stata precedentemente seviziata e sodomizzata. L’atrocità del delitto è unica.

L’identificazione di Elizabeth emerge poiché era già stata schedata quando venne arrestata ubriaca anni addietro. La povera ragazza venne seppellita al Mountain View Cemetery ad Oakland, come omaggio per l’amore che lei aveva dimostrato per la California.

ELIZABETH SHORT: LE INDAGINI

Le indagini della Black Dahlia appaiono fin da subito complicate, non è un caso che abbia coinvolto non solo il Dipartimento di Los Angeles ma anche le contee vicine. Anche l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica è enorme, soprattutto per via di come si è perpetrato il delitto. Addirittura un giornalista chiamerà la madre di Elizabeth, facendosi raccontare tutti i particolari della vita della figlia, con la scusa che stesse facendo un articolo perché Beth aveva vinto un concorso di bellezza. Solo alla fine della telefonata il giornalista dirà la verità.

Le indagini proseguono ma senza arrivare a nulla di rilevante. L’uomo che era stato visto l’ultima volta con lei, Robert Manley detto Red, nonostante una prima ipotetica accusa, viene poi rilasciato.  Un giorno però viene recapitata una lettera anonima al Los Angeles Times. La busta contiene alcuni effetti personali di Elizabeth: patene, certificato di nascita, codice fiscale, alcune foto e una piccola agenda telefonica. Quello che più attira l’attenzione della polizia è proprio quest’ultimo oggetto. All’agenda mancano alcune pagine, palesemente strappate e il proprietario di questa è Mark Hansen.  Mark Hansen è un uomo d’affari, proprietario di un night e di un teatro e perciò in vista nella Hollywood che conta. Proprio nel suo locale si pensa abbia conosciuto Beth, e come tante altre ragazze, era stata invitata ad alloggiare nella sua villa con la scusa che le avrebbe procurato una parte in qualche film. Nonostante il certo collegamento tra i due, dalle indagini non emerge nulla e Hansen viene rilasciato.

Le indagini brancolano nel buio anche negli anni successivi, finché il caso non viene riportato alla luce da un giornalista, Aggie Underwood. Underwood sosteneva che il caso di Beth fosse collegato ad un altro efferato omicidio, quello di Georgette Bauerdorf. Costei era un’amica di Beth ed era stata ritrovata morta in una vasca da bagno dopo ripetute sevizie. Due sono i legami rilevanti secondo il giornalista: l’amica poco prima di morire aveva confidato a Beth di aver paura di un suo ex – fidanzato, un soldato alto, e guarda a caso anche Beth aveva più volte avuto a che fare con uomini dell’esercito. Secondo, che la macchina di Georgette era stata ritrovata carbonizzata non lontano dal luogo dove era stato ritrovato il cadavere della Black Dalia. Georgette però è di buona famiglia, che venuta a conoscenza del possibile legame, fa di tutto affinché Underwood venga rimosso dal caso.

Le indagini subiscono ancora l’ennesimo stop e cala ancora il silenzio sulla vicenda. Inaspettatamente però, a metà degli anni ’80, viene recapitata una cassetta all’ispettore John St John da parte di un informatore. Sul nastro c’è incisa la voce di Arnold Smith, il quale racconta con dovizie di particolari come un certo Al Morrison, un uomo alto e zoppo, abbia ucciso Beth.  Per il detective però il nome Al Morrison non è nuovo. Era stato infatti indagato come uno dei sospettati dell’omicidio di Georgette Bauerdorf. Era forse lui, l’ex soldato di cui aveva paura? St John continua su questa pista e scopre che in realtà Al Morrison era uno dei nomi di Jack Anderson Wilson, un poco di buono con precedenti per furti e aggressioni. Nonostante siano passati diversi anni, il detective si mette sulle tracce di Wilson e dopo vari tentativi riesce non solo a trovarlo ma anche ad organizzare un incontro con lui. Forse se l’incontro avesse avuto luogo, il caso della Black Dahlia sarebbe oggi un caso chiuso. Mark Wilson morirà nel suo appartamento in seguito ad un incendio scatenato proprio da lui, che si era addormentato con la sigaretta accesa.

Si ritorna a parlare di Elizabeth Short nel 1987, esattamente quarant’anni dopo la sua morte, con la pubblicazione di Black Dahlia, un romanzo di James Ellroy. I fascicoli vengono ripresi in mano da John Douglas, ex capo dell’unità di analisi comportamentale dell’FBI. Recuperando tutte le informazioni raccolte negli anni, prova a stilare un profilo dell’ipotetico assassino. Ne venne fuori l’identikit di un giovane maschio bianco, che viveva solo e che doveva avere una certa dimestichezza con i coltelli. Era probabilmente affetto da disturbi compulsivi e si pensa abbia trascorso qualche giorno con la vittima prima di ucciderla. Il fatto di aver tagliato il corpo della giovane in due, sarebbe stato non solo per finalità pratiche (era più facile trasportarlo) ma per anche mortificare la femminilità di Beth, e la grande ferita sulle labbra sarebbero un’ulteriore conferma di ciò.

Nel 1995 il caso ritorna di attualità con la pubblicazione del libro Daddy was the Black Dahlia Killer (Papà era l’assassino delle Dalia Nera) da parte di Janice Knowlton. Nelle righe scritte emerge come il padre di Janice, George, avesse avuto una relazione con la Short che aveva convissuto per un periodo nella loro casa. Suo padre l’avrebbe poi uccisa e Janice lo aveva aiutato nascondere il corpo. La storia narrata nel libro non è mai stata confermata poiché George Knowlton non era mai stato figurato come sospettato.

Il caso Black Dahlia rimane ancora oggi un caso aperto, che ha affascinato e inspirato numerosi romanzi e film come quello di Brian De Palma del 2006. Elizabeth Short voleva solo realizzare il sogno di diventare un’attrice, è diventata involontariamente famosa come protagonista di un omicidio che non si sa se avrà mai un colpevole.

Arianna Venegoni

Curious girl in progress. Involved in communication. I love writing, reading, travelling, good music and movies. Australia in my ♥!

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